Giuseppe Vicedomini e il Primo Maggio

La storia di Giuseppe Vicedomini, il sindacalista di Nocera Inferiore che fondò la Camera del Lavoro nel 1902 e visse il Primo Maggio come una battaglia, non come una festa.

Il 1° Maggio 1910, sul numero 61 de La Favilla, il giornale socialista che Giuseppe Vicedomini dirigeva da Nocera Inferiore, comparve un testo di Tolstoj. Poche righe, secche come un atto d’accusa:

«Il diritto civile è il diritto di uno alla possessione di migliaia e migliaia di ettari di terreno; e, per coloro che non tengono terre né istrumenti da lavoro, è il diritto di vendere il proprio braccio e la propria vita, morendo di fame, a coloro che possiedono terre e capitali.»

Vicedomini aveva scelto quelle parole con cura. Non per provocare. Per spiegare. Per dire ai lavoratori di Nocera, operai dei pastifici, delle cotonerie, delle fabbriche di conserve che quello che subivano ogni giorno non era normale, non era naturale, non era inevitabile. Era una scelta politica. E le scelte politiche si potevano cambiare.

Un uomo che il Primo Maggio lo viveva tutto l’anno

Nato a Nocera Inferiore nel 1879, Giuseppe Vicedomini non era un oratore del Primo Maggio. Era qualcosa di più raro e di più difficile: era un organizzatore. Uno di quelli che comparivano al cancello della fabbrica non per distribuire volantini, ma perché ci andavano tutto l’anno, conoscevano i nomi degli operai, sapevano quante ore lavoravano i bambini di dieci anni, conoscevano i turni massacranti, i salari miseri, le violenze verso le donne..

Fondò la Camera del Lavoro di Nocera nel 1902. In quegli anni, fondare una Camera del Lavoro nel Sud Italia non era un atto amministrativo: era un atto di coraggio civile. Lo sciopero era ancora considerato reato. La polizia interveniva a manganellate. I governi si schieravano sistematicamente dalla parte dei padroni e, nei casi più gravi, usavano anche le armi, uccidendo decine di lavoratori.

Vicedomini lo sapeva. E organizzò lo stesso.

La Camera del Lavoro come casa

Quello che costruì a Nocera non era semplicemente un sindacato. Era qualcosa di più ambizioso e di più umano. Nella Camera del Lavoro si faceva scuola serale, si tenevano conferenze, si discuteva di politica e di cultura. Era il luogo dove un operaio analfabeta poteva imparare a leggere, dove un contadino poteva capire perché il suo lavoro valeva più di quanto gli pagavano, dove una donna poteva scoprire che aveva diritti che nessuno le aveva mai detto di avere.

Nel 1913, mentre era Segretario della Camera del Lavoro di Ancona e girava le Marche a fare comizi in decine di città, tornò appositamente a Nocera per il 1° Maggio. Per la Festa del Lavoro e per un incontro con i militanti del PSI. Quella continua mobilità racconta meglio di qualsiasi discorso cos’era per lui la politica: un impegno fisico, continuo, instancabile.

Il Primo Maggio sorvegliato

C’è un documento che racconta meglio di qualsiasi biografia com’era davvero quel Primo Maggio. È conservato nel fascicolo personale di Vicedomini al Casellario Politico Centrale del Ministero dell’Interno, che io e Angelo Verrillo abbiamo consultato durante la ricerca per il nostro libro. È una scheda riservata che la Prefettura di Salerno inviava periodicamente a Roma per aggiornare lo stato di sorveglianza di ogni «sovversivo schedato».

La nota è datata 12 maggio 1919 e riporta:

«Il 1° Maggio 1919 il Vicedomini ha parlato in pubblico comizio tenutosi in Nocera Inferiore con forma molto corretta, esortando gli operai a non aver principio di odio di classe. Mantiene attualmente contegno corretto e risulta abbia modificato i suoi principii, non prendendo più parte attiva nei movimenti operai.»

Un uomo che esorta alla moderazione, alla non-violenza, al dialogo. E la polizia lo annota come potenzialmente ravveduto. Il paradosso è bruciante: proprio perché parlò con «forma corretta», perché aveva il carisma di farsi ascoltare senza incitare, continuarono a sorvegliarlo per altri vent’anni. Per lo Stato liberale prima e per quello fascista poi, la moderazione di un leader operaio era più pericolosa di uno che urlava.

Cosa resta

Giuseppe Vicedomini morì nel Natale del 1969. Aveva novant’anni. Aveva attraversato il socialismo prefascista, il ventennio, la Resistenza, la Repubblica. Aveva visto nascere e morire partiti, ideologie, speranze. Aveva scritto fino a quando le dita glielo permisero.

Morì nel Natale del 1969. Aveva novant’anni. A Nocera c’è una strada che porta il suo cognome sbagliato. Non c’è una targa al sindacato che ha fondato, non c’è una sezione di partito intitolata, non si sono i suoi libri nella biblioteca comunale, non c’è nulla di pubblico che ricordi questo straordinario protagonista del ‘900.

Nulla, vergognosamente nulla.

Oggi penso a lui. Penso a quanto fosse diverso quel Primo Maggio dal nostro, più rischioso, più urgente, più vivo.

E penso che, forse, il modo migliore per celebrarlo davvero, sia ricordare chi lottò per esso, chi lo visse, chi lo difese quando costava tanto farlo, una vita intera.

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