Dal caos del sovranismo globale alla chiamata dei progressisti a Barcellona: tra crepe evidenti e risposte ancora fragili, il futuro resta tutto da scrivere
C’è qualcosa che si è rotto. E questa volta non è solo una sensazione.
Da Viktor Orbán a Donald Trump, passando per Giorgia Meloni, la destra globale mostra crepe profonde. Non è più solo una questione di consenso che cala o di sondaggi ballerini: è un modello che entra in contraddizione con sé stesso. Prometteva ordine, produce caos. Sventolava sovranità, genera conflitti. Parlava al popolo, ma finisce per logorarlo.
Il cortocircuito è evidente. Da un lato, la rincorsa a un dominio globale che non esiste più, in un mondo multipolare dove potenze come la Cina e l’India avanzano e l’Occidente perde terreno. Dall’altro, una gestione interna che continua a replicare le stesse ricette liberiste, alimentando disuguaglianze e frustrazione sociale. Risultato? Rabbia diffusa. E una crescente perdita di credibilità.
Anche in Italia il copione si ripete. Il governo guidato da Meloni ha vissuto finora più di narrazione che di risultati concreti. Ma quando la realtà bussa, come nel caso del referendum, la comunicazione non basta più. E allora si torna ai vecchi riflessi: sicurezza, migranti, nemici esterni. Un déjà-vu che sa di debolezza, non di forza.
Eppure, attenzione: non siamo davanti a una vittoria già scritta del campo largo. Anzi.
Se la destra traballa, la “sinistra” spesso resta ferma. Divisa, incerta, incapace di intercettare fino in fondo quella domanda di cambiamento che pure esiste. Lo si vede in Francia, lo si intravede in Germania, lo si percepisce anche in Italia, dove il Partito Democratico, più di tutti, appare più preoccupato a rincorrere equilibri interni ed esterni che a costruire un’alternativa credibile.
Nel frattempo Pedro Sánchez prova a fare quello che manca da troppo tempo: mettere insieme i pezzi.
Convoca tutti i leader progressisti del mondo, da Luiz Inácio Lula a Silva a Gustavo Petro, fino a Claudia Sheinbaum. L’obiettivo è ambizioso: costruire una risposta globale a una destra globale.
Il messaggio è chiaro: da soli non si va da nessuna parte. Ma basta dirlo?
No. Perché il problema non è solo l’unità. È la credibilità.
Le persone chiedono protezione sociale, sicurezza economica, futuro. Chiedono risposte concrete, non slogan. E soprattutto non si riconoscono più automaticamente nei partiti tradizionali. Lo dimostrano le mobilitazioni diffuse, i movimenti spontanei, quella protesta “carsica” che emerge a ondate ma fatica a trovare rappresentanza. No Kings negli Stati Uniti, il movimento giovanile che ha determinato l’esito del referendum in Italia.
È qui la vera partita. Non basta aspettare che la destra cada. Serve costruire qualcosa che sia all’altezza del tempo. Più chiara nelle parole d’ordine, “radicale” nelle idee, ma anche più concreta nelle soluzioni. Più coraggiosa, ma meno autoreferenziale.
Perché la verità è semplice, e anche un po’ scomoda: la destra oggi inciampa. Ma la sinistra, troppo spesso, non riesce a fare tre passi di fila.



