Contro il cinismo del nostro tempo

Dalla Convention democratica di Boston del 2004, quando un giovane senatore dell’Illinois parlò per la prima volta al mondo di “audacia della speranza”, al messaggio di oggi per Jesse Jackson: perché la democrazia ha ancora bisogno di cittadini disposti a farsi avanti.

Confesso che ogni volta che leggo o ascolto un intervento di Barack Obama torno con la memoria a quell’estate del 2004, alla convention democratica di Boston, un giovane politico dell’Illinois quasi sconosciuto al grande pubblico e un discorso destinato a cambiare la sua vita politica e quella del mondo.

Quel discorso si intitolava “The Audacity of Hope”, l’audacia della speranza e ci venne raccontato con entusiasmo e ammirazione da Walter Veltroni, che qualche anno dopo firmò la prefazione del libro finalmente edito in italia.

In quel famoso discorso, in pochi minuti Obama riuscì a raccontare un’idea d’America diversa da quella che dominava la scena politica di quegli anni: un Paese capace di tenere insieme libertà individuale e giustizia sociale, pluralismo culturale e unità nazionale.

Per molti di noi fu una rivelazione, quasi una folgorazione. Ai tempi la politica ci appassionava, tanto.

Da quel momento Obama entrò rapidamente nel radar della politica americana. L’anno successivo, appena eletto al Senato federale, la rivista Time lo inserì tra le cento persone più influenti del mondo. Ma ciò che colpiva davvero non era soltanto la velocità della sua ascesa politica. Era il modo in cui riusciva a parlare di politica: con un linguaggio che univa etica pubblica, responsabilità civile e fiducia nella democrazia.

È anche per questo che il messaggio con cui Obama ha ricordato la figura di Jesse Jackson merita di essere letto con attenzione. Perché non è soltanto un tributo a uno dei protagonisti della stagione dei diritti civili. È, soprattutto, una riflessione sul tempo che stiamo vivendo.

Il tempo del cinismo

Ci sono stagioni della vita pubblica in cui la tentazione più forte non è l’errore.
È il cinismo.

Quel sentimento diffuso secondo cui la politica non cambia nulla, i rapporti di forza sono immutabili e l’unica strategia razionale è adattarsi: abbassare la testa, sopravvivere, aspettare che passi la tempesta.

Nel suo messaggio Obama descrive con lucidità questa tentazione. Arrendersi allo scoraggiamento.
Scendere a compromessi con il potere per salvare ciò che si può, oppure — perfino per le persone oneste — ritirarsi dalla vita pubblica. (Cosa che ho fatto anch’io, sbagliando)

Tre reazioni diverse, ma tutte figlie della stessa malattia: la perdita di fiducia nella possibilità del cambiamento.

La politica come risposta a una chiamata

Per spiegare la lezione di Jesse Jackson, Obama richiama una frase che attraversa tutta la tradizione del movimento per i diritti civili.

Nel libro di Isaia Dio chiede: “Chi manderò?” E il profeta risponde: “Eccomi, manda me.”

Jackson trasformò quella frase in una forma di impegno civile.
Non un gesto eroico riservato a pochi, ma una disponibilità quotidiana a farsi avanti quando la storia lo richiede.

Essere pronti a dire “mandami” nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle città.

È un’idea di politica che oggi può sembrare quasi controcorrente. Viviamo infatti in un tempo in cui il dibattito pubblico oscilla continuamente tra due poli opposti ma speculari: da un lato il leaderismo populista, dall’altro il disincanto tecnocratico.

Da una parte la promessa dell’uomo forte che risolve tutto. Dall’altra la convinzione che nulla possa davvero cambiare.

La tradizione dei diritti civili ha sempre sostenuto una terza strada: la democrazia come responsabilità diffusa dei cittadini.

Non per la gloria

Nel messaggio di Obama c’è anche un passaggio che merita di essere letto con attenzione.

Non si agisce per la fama, non per la gloria, nemmeno perché il successo è garantito. Si agisce perché l’impegno pubblico dà senso alla nostra vita.

È una concezione della politica molto lontana dalla cultura dominante del nostro tempo, dove tutto sembra ridursi alla logica dell’utilità immediata, della convenienza personale, del consenso misurato nei sondaggi.

La politica dei diritti civili nasce invece da un’altra convinzione: la democrazia non è un meccanismo automatico.

È una costruzione fragile, che vive solo se qualcuno decide di farsene carico.

Se la politica smette di essere partecipazione

Il passaggio più forte del messaggio di Obama è forse quello finale: se non ci facciamo avanti noi, nessun altro lo farà.

È una frase semplice, ma contiene una verità spesso rimossa.

Le democrazie non muoiono soltanto per mano dei loro nemici. Molto più spesso si indeboliscono per l’indifferenza dei loro cittadini.

Quando il cinismo diventa cultura diffusa, quando la partecipazione si riduce, quando l’astensionismo diventa la risposta prevalente, la democrazia smette lentamente di essere una pratica condivisa e diventa un rituale svuotato.

Non è un problema solo americano.
Riguarda l’Europa attraversata da nuove fratture sociali.
Riguarda l’Italia, dove milioni di cittadini hanno smesso di votare perché convinti che la politica non li riguardi più.

L’audacia della speranza

Jesse Jackson amava ripetere una frase diventata uno degli slogan più famosi del movimento per i diritti civili:

“Keep hope alive.”  Tenere viva la speranza. Non come illusione ingenua. Ma come scelta.

La speranza, nella tradizione del movimento per i diritti civili, non è ottimismo. È resistenza morale.

Significa continuare a credere nella possibilità del cambiamento anche quando tutto sembra suggerire il contrario.

Ed è forse questo il punto più attuale del messaggio di Obama.

La democrazia non ha bisogno solo di istituzioni solide, ha bisogno di cittadini che rifiutino il cinismo.

Persone disposte — nel proprio lavoro, nella propria comunità, nella vita pubblica — a fare un passo avanti quando tutti gli altri fanno un passo indietro.

In fondo la domanda resta sempre la stessa. Chi è disposto, oggi, a dire: “Manda me.”

Tags :

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest
Telegram

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli

Altri articoli

Politica

Non è successo in tre mesi

L’uscita della Regione Campania dal piano di rientro della Sanità è una notizia importante, che