A libertà, a libertà …

Si grida alla mancanza di libertà di espressione usando il megafono più potente mai esistito. Ma nel frastuono di chi sa tutto e scrive di tutto, a pagare il prezzo più alto è chi quel mestiere prova ancora a farlo sul serio: il giornalista.

Credo che a molti miei coetanei capiti, leggendo o osservando le cose quotidiane, che vengano alla mente alcuni sketch comici che ci hanno accompagnato nell’età dell’adolescenza e non solo. Quindi, mi permetterete un pensiero poco poetico per l’occasione.

Uno dei modi per diventare protagonisti di una battaglia consiste nell’inventarsi un nemico.
Funziona, più o meno, così. Si sceglie un valore che nessuno può contestare, la libertà di espressione, ad esempio, e si annuncia, attraverso i social, che è sotto minaccia. Non importa se la minaccia sia reale. Importa denunciarla per primi, perché chi denuncia il pericolo si prende, in automatico, il ruolo di chi lo combatte. E un ruolo, in politica, vale più di un fatto.

Da qualche tempo, in questa città, si sta cercando di costruire una narrazione ben precisa e ben studiata ma palesemente strumentale. Quella di una comunità sotto assedio, di un clima soffocante, di una cappa che premerebbe su tutto e tutti, che limiterebbe, addirittura, il diritto di critica.

Devo essere sincero, è una rappresentazione suggestiva quanto poco raffinata. Ma ha un difetto. Non sta in piedi. Pur sforzandoci, infatti, questa cappa non riusciamo proprio a vederla. Ma si sa, noi siamo fallibili e, a seconda della convenienza altrui, più o meno credibili.

Avevamo riconosciuto per tempo questa deriva e ne abbiamo scritto abbondantemente. Non sostituendoci ad alcuno, men che meno a chi fa un mestiere difficile e oggi “sotto attacco”, quello di giornalista. Per questo, non avanziamo alcun merito se non quello di aver provato, per tempo, a segnalare il pericolo di una esasperazione del confronto e di uno scivolamento del dibattito politico in città.

In un tempo in cui chiunque, dal proprio smartphone, può scrivere quello che vuole e raggiungere in un pomeriggio una moltitudine che riempirebbe una piazza. In cui ognuno è editore di sé stesso. In cui le opinioni circolano senza filtri, senza direttori, senza redattori e, ahimè, senza correttori di bozze. Mai la parola è stata così libera e le informazioni così accessibili.

La contraddizione, abbastanza palese, si fa clamorosa poi se chi racconta di questa famosa cappa è spesso chi della “libertà digitale” ne fa un uso intenso e “coordinato”.

La disintermediazione, cioè la possibilità di rivolgersi a tutti senza passare per nessuno, è esattamente lo strumento che smentisce la denuncia.
Ci si proclama imbavagliati mentre si parla a reti unificate dal proprio profilo. Si grida al silenziamento del dissenso usando il megafono più potente mai esistito: i social.

Dovremmo provare, al netto delle convenienze di parte, ad essere onesti. Perché una questione vera, sotto la messinscena, esiste. Il modo in cui si forma il consenso è cambiato. I meccanismi che decidono cosa diventa visibile meritano attenzione. I social hanno allargato l’accesso alla parola ma hanno portato anche condizionamenti, distorsioni, polarizzazione. È un tema serio e come tale va trattato, con analisi responsabili e non con slogan contraddittori.

Una cosa è ragionare sui meccanismi e sulle modalità del confronto pubblico. Un’altra è travestire quel tema da emergenza democratica per cucirsi addosso il costume del liberatore.
Il primo è un lavoro politico. Il secondo è teatro.

Il compito del politico è fare proposte, è indicare una direzione, è governare, è rispondere del proprio operato. Quello del giornalista è chiedere conto di tutto ciò. Di ciò che accade oggi ma anche di quello che è accaduto ieri e ieri l’altro.

Il giornalista è un mestiere complicato, una categoria che dovrebbe essere protetta e che invece è la più esposta di tutte. Vengono giudicati, non per come lavorano, ma per quanto ciò che scrivono coincide con le idee di chi legge. Se ti danno ragione sono bravi, se ti danno torto sono comprati. Se il metro di giudizio è questo, il problema siamo noi che leggiamo, non loro che scrivono.

Si può discutere delle convenzioni, dei blog personali, del confine sempre più sottile tra cronaca e ufficio stampa. Sono questioni vere. Ma il giornalista che prova a fare il suo lavoro, a verificare, a scegliere le parole, a mettere la firma sotto una responsabilità, merita rispetto, sempre. Amico o meno, simpatico o meno.

Oggi tutti sanno tutto e scrivono di tutto, la disintermediazione ha cancellato ogni regola e ogni filtro e i giornalisti sono quelli a pagare il prezzo più alto, sul piano professionale e su quello umano. Chi rispetta una notizia verificata, in un tempo che premia la voce più forte e non quella più giusta, sta facendo un lavoro contro corrente. E spesso lo fa in silenzio, senza il megafono di chi lo attacca.

Resta una domanda, infine, forse la più scomoda, che vale per tutti, noi compresi. Siamo proprio sicuri che il problema sia la libertà di espressione e non, invece, la qualità delle espressioni e, quindi, dell’informazione?

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