Tra Sanremo, vittimismo istituzionale e indignazioni a comando: il problema non è la satira, ma una Presidenza del Consiglio che sceglie con cura cosa merita attenzione e cosa può aspettare, anche quando a pagare sono i cittadini
Ci sono tempi che parlano più delle parole. E quelli della Presidente del Consiglio, negli ultimi mesi, raccontano una storia piuttosto chiara. Bastano meno di un’ora per intervenire a difesa di un comico che decide di auto-escludersi dal Festival di Sanremo. Servono invece giorni, settimane, anni, quando si tratta di fatti ben più gravi, concreti, dolorosi.
E c’è un dettaglio che rende l’intera vicenda ancora più grottesca. Perché, al netto dell’indignazione istituzionale e dei post a social unificati, la vera domanda che nessuno sembra porsi è un’altra: ma chi cavolo è Pucci?
Non cosa ha detto, non perché si sia offeso, ma semplicemente: chi lo conosce ?
Parliamo di un “comico” (così dicono) sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico, improvvisamente trasformato in caso nazionale, martire della libertà d’espressione e priorità politica del Paese. Un talento talmente imprescindibile che, senza l’intervento della Presidente del Consiglio, rischiavamo seriamente di non accorgerci nemmeno della sua esistenza.
“Fa riflettere”, dice Giorgia Meloni. Ed è vero.
Fa riflettere che si invochi la censura quando nessuno ha vietato nulla, mentre si ignora sistematicamente il diritto dei cittadini di criticare l’uso del servizio pubblico. Perché è questo il punto: nessuno ha impedito a un comico di lavorare. Ma se quel lavoro viene pagato con soldi pubblici, allora riguarda tutti. E contestarlo credo sia permesso, almeno in democrazia.
La Presidente parla di “clima di odio” e di “pressione ideologica”. Ma di quale pressione stiamo parlando? Di qualche critica sui social? Di un dissenso espresso apertamente? Se basta questo a far saltare un palco, forse il problema non è il pubblico, ma la fragilità di un artista (con decenza parlando) che di quel palco ha avuto semplicemente timore.
Il paradosso è che mentre si combattono finte guerre ideologiche su Sanremo, il Paese reale resta fuori dall’inquadratura. I dati ufficiali raccontano l’aumento della povertà delle famiglie e il crollo della produzione industriale. Su tutto questo, la voce della Presidenza del Consiglio arriva tardi o non arriva affatto.
E quando arriva, spesso è selettiva. Tempestività assoluta per difendere un comico sconosciuto ai più, lentezza esasperante per affrontare disastri ambientali, crisi sociali, tensioni democratiche.
Chiamare tutto questo “deriva illiberale” è un capovolgimento della realtà. La vera deriva è un potere che pretende applausi e silenzio insieme. Che scambia il dissenso per censura e la critica per odio. Che si rifugia nel vittimismo mentre governa.
C’è invece un nome più semplice per ciò che dà fastidio: resistenza. Resistenza culturale, civile, democratica. Quella che ricorda a chi governa che non basta occupare i palchi, bisogna anche reggere il confronto. E magari, ogni tanto, tornare a occuparsi delle cose serie.
Ma alla fine chi cavolo è sto Pucci ?



