Alla vigilia dell’81° anniversario della Liberazione, torna puntuale il rituale della “memoria condivisa”. Quest’anno con più insistenza del solito. Vale la pena rispondere con i fatti, anche quelli di casa nostra.
C’è una parola che ricorre ogni anno, ogni 25 aprile, con una cadenza quasi liturgica. Una parola che suona bene, che ha la forma della ragionevolezza e il tono della moderazione. Quella parola è pacificazione.
Quest’anno l’ha usata Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato, ricordando di quando, da ministro della Difesa, andava a deporre una corona al monumento dei partigiani al cimitero di Milano e poi si spostava al Campo X, dove sono sepolti i caduti della Repubblica Sociale Italiana. “Era un momento doveroso di pacificazione”, ha detto. “E lo rifarei.”
L’ha usata, in modo ancora più esplicito, Roberto Vannacci. Il generale, leader di Futuro Nazionale, ha annunciato che il 25 aprile non lo festeggerà (“vado al mare”) e ha spiegato perché: vorrebbe “una riconciliazione vera, capace di onorare tutti i caduti, al di là delle divise”. Perché “quelli erano tutti figli della stessa nazione”. Ha aggiunto che i partigiani volevano “un’Italia soggiogata da una dittatura comunista che facesse riferimento a Stalin” e che la Liberazione fu merito degli Alleati, non della Resistenza. Ha concluso con una frase destinata a fare effetto: sono morte più persone sotto le bombe americane e inglesi che per quelle tedesche.
Tutto molto suggestivo. Tutto molto sbagliato.
Il problema non è la pietà. È l’equivalenza.
Nessuno nega la pietà per i morti. Nessuno. I morti di ogni guerra sono persone, e nessuna vita ha meno valore di un’altra sul piano umano.
Ma la storia non funziona così. E la Repubblica nemmeno.
Dire che partigiani e militi della RSI “erano tutti figli della stessa nazione” è un’affermazione che, nella sua apparente generosità, compie una precisa operazione: cancella la differenza tra chi combatté per costruire una democrazia e chi partecipò attivamente alla sua distruzione.
Non è una questione ideologica. È una questione di fatti documentati.
L’Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia, il più grande lavoro di censimento mai realizzato sul tema, promosso dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e dall’ANPI e finanziato dal governo della Repubblica Federale Tedesca che ha ritenuto doveroso contribuire a fare i conti con quella storia, ha coinvolto circa 120 ricercatori in tutta Italia e ha censito oltre 5.600 episodi di violenza contro civili, per un totale di più di 23.000 persone uccise tra il 1943 e il 1945.
Non sono numeri astratti. Sono eccidi, fucilazioni, impiccagioni, rastrellamenti. Sono Marzabotto, con oltre 800 vittime civili. Sant’Anna di Stazzema, quasi 500. Civitella in Val di Chiana, oltre 200. Sono centinaia di borghi e città italiane di cui la storia ufficiale non ha quasi mai parlato.
E le brigate nere della RSI, quei militi che La Russa vorrebbe “pacificare” e che Vannacci vorrebbe semplicemente includere nel novero dei caduti da onorare, erano in molti casi parte attiva di quegli eccidi.
L’armadio che qualcuno voleva tenere chiuso.
C’è un altro dato che non si può ignorare.
Nel 1994, durante le indagini sull’ex SS Erich Priebke, un giudice della Procura militare di Roma scoprì in un sotterraneo di Palazzo Cesi un armadio con le ante rivolte contro il muro. Al suo interno: 695 fascicoli e un registro con 2.274 notizie di reato relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano tra il 1943 e il 1945. Erano stati lì, nascosti, dal gennaio 1960. Trentaquattro anni di silenzio su stragi di civili, su torture, su massacri documentati.
Non si erano persi per caso. Erano stati archiviati con un provvedimento privo di qualsiasi base legale: “archiviazione provvisoria”, una formula che nella procedura giudiziaria semplicemente non esiste, nel pieno della Guerra Fredda. Perché? Lo ha spiegato una Commissione Parlamentare d’Inchiesta istituita nel 2003: aprire processi a criminali nazifascisti avrebbe “disturbato” la Germania Ovest, alleato indispensabile della NATO. E richieste italiane verso la Germania avrebbero inevitabilmente innescato richieste analoghe da altri paesi verso l’Italia, per i crimini commessi dal nostro esercito nei territori d’occupazione.
Una doppia impunità, costruita su misura. Occultata illegalmente. Scoperta per caso mezzo secolo dopo.
Quando si parla di “pacificazione”, viene da chiedersi: pacificazione con chi? Con quale verità? Su quali basi?
Quelli che da Nocera scelsero da che parte stare.
Il dibattito su La Russa e Vannacci sembra sempre qualcosa che appartiene a un’altra Italia. Lontana, astratta, fatta di piazze del Nord e retoriche nazionali che ci riguardano poco.
Non è così. E il lavoro che come associazione portiamo avanti da anni con il progetto Gocce di Memoria lo dimostra ogni volta che tiriamo fuori un nome.
Circa trenta nocerini sono stati riconosciuti ufficialmente come partigiani, patrioti e benemeriti della Resistenza. Trenta uomini di questa terra che, nell’ora più buia, scelsero senza esitazione da che parte stare. Non erano ideologi, non erano eroi da romanzo. Erano muratori, braccianti, studenti, carabinieri.
Antonio Tramontano, muratore di Nocera Inferiore, emigrato al Nord in cerca di lavoro, finì nella XI Divisione Garibaldi, 15ª Brigata “Saluzzo”, nel cuneese. Catturato a Castelletto di Busca nel settembre 1944, fu condotto a Cuneo e torturato. Non parlò. Il 26 novembre 1944 fu fucilato nel piazzale della stazione ferroviaria di Cuneo, insieme ad altri quattro partigiani, in rappresaglia per l’uccisione di un maresciallo fascista. Aveva 22 anni.
Salvatore Iannone, bracciante di Capocasale, classe 1924, si trovava a Biella come militare del 53° reggimento di fanteria quando l’8 settembre 1943 l’esercito si dissolse. Invece di tornare a casa, si unì alla 75ª Brigata Garibaldi “Giuseppe Boggiani Alpino”, nella V Divisione Garibaldi “Piero Maffei”. Nella notte tra l’11 e il 12 agosto 1944, durante l’attacco al presidio delle Brigate Nere nel palazzo comunale di Pralungo, uscì allo scoperto per colpire un faro nemico e consentire ai compagni di avanzare. Fu ferito gravemente da una raffica di mitragliatrice. Morì poco dopo, probabilmente in prigionia dopo le torture. Aveva vent’anni.
Lorenzo Fava, nato a Nocera Inferiore nel 1919, studente di Giurisprudenza a Padova, si unì dopo l’armistizio ai Gruppi di Azione Patriottica di Verona. Partecipò a sabotaggi ferroviari sulla linea Verona-Brennero e ad azioni contro installazioni fasciste. Il 17 luglio 1944 fu gravemente ferito durante l’assalto al carcere degli Scalzi per liberare il dirigente sindacale Giovanni Roveda. Catturato e torturato, non rivelò nulla. Fu ucciso segretamente il 23 agosto 1944, il corpo trovato nel recinto di Forte Procolo a Verona. L’Università di Padova gli conferì la laurea in Giurisprudenza ad honorem. Gli fu assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Antonio Cianciullo, ufficiale nocerino comandante di compagnia mitraglieri, scelse la resistenza a Cefalonia dopo l’armistizio. Quando i tedeschi intimarono la resa, combatté in prima linea con estremo coraggio, manovrando personalmente le mitragliatrici rimaste senza serventi e incoraggiando i suoi uomini sotto i bombardamenti aerei. Accerchiato, rifiutò di arrendersi e cadde in combattimento. Gli fu assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Una piazza di Nocera Inferiore porta il suo nome.
Alfredo Bevilacqua, nato a Nocera Superiore nel 1921, entrò nella Resistenza il 12 settembre 1943, quattro giorni dopo l’armistizio, arruolandosi nella 42ª Divisione Garibaldi in Piemonte. Divenne comandante partigiano, amato dai compagni e temuto dai nemici. Il 20 aprile 1945, a pochi giorni dalla Liberazione, fu travolto dall’eccidio di Vaccherezza a Condove, in cui perirono 16 partigiani attaccati dalle SS. Ferito a una gamba, sparò fino all’ultima pallottola. Per non arrendersi, rivolse l’arma contro sé stesso. Non vide il 25 aprile.
Carlo Canger, capitano dei Carabinieri di Nocera, era in licenza per convalescenza l’8 settembre. Rientrò immediatamente in servizio e, insieme al capitano Ettore Bianco, fondò tra le montagne abruzzesi la formazione partigiana Bosco Martese, che arrivò a riunire 1.600 uomini. Arrestato dalle SS, resistette agli interrogatori senza cedere un solo nome. Guidò la liberazione di ufficiali italiani destinati alla fucilazione. Nei giorni 25, 26 e 27 settembre 1943 resistette con i suoi uomini a tre giorni consecutivi di attacchi tedeschi con battaglioni e mezzi corazzati, costringendo infine il nemico alla ritirata.
Francesco Rese, marò nocerino classe 1922, difese l’isola di Lero per 52 giorni sotto assedio tedesco dopo l’armistizio, fino alla resa del 16 novembre 1943. Catturato e avviato verso la Germania in vagoni merci, riuscì a fuggire durante un bombardamento da un campo di prigionia jugoslavo. Si unì ai partigiani slavi e combatté nei Balcani per tre anni, in condizioni estreme. Tornò in Italia nel dicembre 1946, decorato con tre Croci al Merito di Guerra. Nessun riconoscimento ufficiale arrivò mai per gli anni da partigiano.
Queste non sono storie di ideologia. Sono storie di scelta. Di uomini di questa terra che, nel momento in cui tutto crollava, decisero da che parte stare, e molti di loro pagarono con la vita.
Erano “figli della stessa nazione” dei militi della RSI? Certo. Ma la nazione non è un contenitore neutro che azzera le responsabilità. Quello che ciascuno scelse di fare, in quei mesi, ha un peso storico e morale preciso.
Il revisionismo non è neutralità.
L’argomentazione di Vannacci, la Liberazione fu merito degli Alleati, i partigiani volevano il comunismo, più morti per le bombe alleate che per quelle tedesche, non è nuova. Circola da trent’anni nel dibattito pubblico italiano e ha una sua utilità precisa: non riscrivere la storia, ma renderla confusa abbastanza da togliere senso al 25 aprile.
È un’operazione politica mascherata da equanimità storica.
La Resistenza fu un fenomeno plurale: cattolici, liberali, socialisti, azionisti, comunisti. Non era un monolite politico, era un pezzo di paese che scelse di combattere. Antonio Tramontano non era un teorico del marxismo-leninismo: era un muratore di Nocera che non volle arrendersi. Salvatore Iannone era un bracciante che scelse di colpire un faro piuttosto che fuggire.
Mescolare episodi isolati di violenza postbellica, come la strage di Malga Porzûs spesso citata in questo dibattito, con il sistema di stragi documentato in migliaia di casi contro civili, anziani, bambini, è un esercizio di disonestà intellettuale, non di equilibrio. La storiografia seria ha analizzato entrambi. Non li ha mai messi sullo stesso piano.
Perché continua a importare.
Ogni anno mi chiedo se valga la pena rispondere. Se non sia ormai un rituale stanco, un dibattito che si ripete identico, con le stesse posizioni e gli stessi protagonisti.
E ogni anno mi convinco che valga la pena farlo.
Non per difendere un simbolo. Ma perché dietro il 25 aprile c’è una scelta precisa su che tipo di paese vogliamo essere. E perché quelle storie che raccogliamo con Gocce di Memoria, i Tramontano, gli Iannone, i Fava, i Canger, non sono archeologia sentimentale. Sono la risposta più concreta che esiste alla retorica della “pacificazione”.
Quei trenta nocerini riconosciuti partigiani non hanno scelto per partito preso. Hanno scelto guardando quello che avevano davanti: un regime che torturava, che uccideva, che infieriva sui corpi di chi non si arrendeva.
I 5.600 episodi censiti dai ricercatori dell’Atlante delle Stragi, le 23.000 persone uccise, i fascicoli tenuti nascosti per trentaquattro anni non sono argomenti di parte. Sono fatti. Documentati, verificati, istruiti in processi che hanno prodotto condanne.
La verità non è di destra né di sinistra. È semplicemente quello che è successo.
E non si pacifica negandola.



